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apr29gio
Differenze?
 

Quando si parla di arte contemporanea su scala mondiale, viene subito da pensare a citta’ come New York, Berlino, Londra, Milano, Parigi, Amsterdam e cosi’ via. Arte e artisti sono dislocati in tutto il mondo, eppure vi sono certi luoghi dove l’ arte  viene maggiormente promossa, venduta, rispettata.

Mi chiedo il motivo e soprattutto: e’ solo un mito? Forse.

 

Se si parla del mondo dell’ arte e di cio’ che ruota intorno, se ci si domanda come mai tutti pensano che citta’ come Londra siano meglio di una Milano o Parigi, si dovrebbe partire dalla base. Scrivero’ del pensiero personale maturato a seguito di esperienze personali e di persone a me molto vicine

 

Credo che vi siano dell premesse culturali e, oserei dire, politiche. Per esempio, Tony Blair nel 1997, quando divenne primo ministro d’Inghilterra, dichiaro’ in parlamento che una nazione indifferente verso l’arte e i propri artisti e’ una nazione che non ha futuro. Stanzio’ un bel po’ di finanziamenti pubblici alle universita’ Britanniche per attrarre studenti da tutto il mondo.

Per citare un esempio concreto, parlero’ della University of the Arts London, in particolare della  London College of Communication, la scuola in cui mi sono laureato in Illustrazione nel 2005.

Oggi l’ LCC e’ considerato tra i migliori college d’arte e design al mondo. Concordando con questo dato di fatto, tuttavia ho delle storie da raccontare.

 

Dunque: nel 2003, il London College of Communication ricevette un finanziamento di 80 milioni di Sterline. Il nipote della Regina venne di persona al nostro college per consegnare simbolicamente l’assegno al rettore. Mi ricordo l’intero college invaso dalle guardie del corpo di Sua Maesta’, mentre quella stessa sera vennero rubati 5 computer Mac dalla sala informatica al secondo piano. Lo sapemmo due giorni dopo.

 

Intanto nell’atrio del College, tutti stavano festeggiando per il grande gesto di mecenatismo da parte dei Reali d’ Inghilterra. Davvero tutti felici? Non proprio. Innanzitutto aumentarono le tasse universitarie, non di molto: soltanto del 122% (!)

Poi si ampliarono gli spazi indoor del college: costruirono una bellissima palazzina adiacente al building principale di 15 piani. Dall’ esterno era bellissima, all’interno gli spazi erano piccolissimi, si soffocava d’estate ed era molto scuro in inverno, praticamente si stava 24 ore su 24 con l’illuminazione artificiale. L’area principale venne destinata a spazio espositivo. Un anno dopo cambiarono idea e ci fecero una caffetteria con tanti tavolini di alluminio, sembrava l’ entrata di uno shopping center con tanti coglioni tra i piedi senza voglia di fare un  cazzo. Tanto erano ricchi, per questo avevano deciso di fare gli artisti anche se non lo saranno mai davvero.

All’ entrata vi erano delle aiuole con degli alberi. Asfaltarono il tutto e ci appesero delle lampadine elettriche illuminate tipo clima natalizio. Oggi gli studenti si siedono sull’asfalto quando fuori c’e’ il sole, rasentando il grottesco.

 

Infine cambiarono il nome del college: da London College of Printing si passo’ al London College of Communication. Perche’?  Forse perche’ il dipartimento di printmaking languiva semivuoto facendo credere al 90% degli studenti che non serviva piu’ imparare a sviluppare un rullino o sapere la differenza tra serigrafia e intaglio: ormai c’era il computer e , apparentemente, tutto si poteva fare in digitale. Oggi tutti sanno che e’ una grandissima stronzata (forse in Italia ancora no), ma nel 2001 le cose non stavano esattamente cosi’.

 

Anche l’intero complesso universitario cambio’ nome: si passo’ dal The London Institute alla University of the Arts London.

Altro particolare che mi ricordo, cambiarono ovviamente il logo. Invece di indire un concorso interno tra gli stessi studenti di arti grafiche, incaricarono un’agenzia privata esterna, alla quale pagarono 15000 sterline per un logo che appare quasi uno sfregio. Da un logo dai caratteri distintivi ed eleganti si e’ passati, per dirla alla Charles Bukowsky, a una “cagata di una bruttezza inimmaginabile”: una scritta obliqua con sopra tre stellette che sembrano tre asterischi della tastiera telefonica. Di questo passo, hanno bruciato 65 milioni di sterline, diciamo che il 50% di quei soldi sono andati dispersi, pero’ non nelle tasche degli appaltatori ma in servizi che non servivano ma che tutti poterono comunque beneficiare. Devo ammettere che avevamo un’ abbondanza di materiali a nostra disposizione e quasi tutto a uso gratuito. Comunque sia, decine di milioni vennero gettati nel cesso del superfluo. Sempre meglio che nella panza del politico, qualcuno mi farebbe notare.

 

Nonostante queste cadute di stile fatte alla luce del sole, e’ davvero impressionante che, fatta eccezione per alcune decine di studenti, la stragrande maggioranza non mosse un dito dinanzi a tutto quel che succedeva. Anzi, conobbi tanti studenti inglesi che erano pronti a partire in guerra a difendere i pozzi di petrolio! Non parlo di futuri avvocati, ma di futuri  creativi in un college d’arte! La guerra in Iraq… da quando scoppio’ quella dannata invasione dell’Iraq, sorbimmo un bombardamento di falsi allarmi ed evacuazioni dall’edificio, restrizioni delle norme di sicurezza. Bandiere britanniche dovunque, retoriche belliche e cavolate del genere. L’arte ne dovrebbe essere immune, invece no, perche’ oggi chi fa arte ha il sogno impertinente di divenire il futuro Damien Hirst o Jeff Koons. Ecco perche’ molti cosiddetti artisti non diventeranno mai dei veri artisti.

 

Gli studenti nei college inglesi si comportano come dei cagnolini delicati. Non gridano, alzano la mano con educazione. Niente parolacce, sono rare. A volte sembrava il reparto lobotomia della NHS. Nei college Inglesi il comportamento e’ monitorato, per essere sicuri che il college resti un luogo di liberta’ di espressione ma allo stesso tempo un’ area dove i modi e i tempi per esprimere un’ opinione contraria non devono sfociare nel disordine o anarchia. Il regista francese Jean Luc Godard aveva ragione quando disse che l’Inghilterra e’ il paese piu’ antirivoluzionario d’Europa (praticamente il sogno di qualsiasi politico ultrasettantenne).

Personalmente, avrei un’altra teoria: dato che il buon 80% degli studenti provengono da famiglie ricche con budget di centinaia di migliaia di sterline per i propri figli, il problema non riguardava direttamente lo studente e quindi restava indifferente alle restrizioni della liberta’ o al sensibile aumento della retta. Tra l’altro piu’ del 60% degli studenti provenivano dall’estero e la maggior parte di costoro ci sarebbe ritornata; a loro importava soltanto il titolo di studio con il nome del College e la sua reputazione impeccabile, ovviamente costruita grazie a una grandiosa operazione di marketing & comunicazione.

Certo quelli come me ebbero la borsa di studio e  il prestito di stato, ma tutto cio’ non basta nella citta’ piu’ cara del mondo. Infatti, e’ grazie al fatto di aver occupato case per anni (in Inghilterra e’ legale – viene chiamato squat) che sono riuscito a finire gli studi, ma non tutti hanno pazienza e coraggio per farlo.

Poi venne la laurea e la vita reale era lii che ci aspettava all’uscita.



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